Le donne in una politica di sostenibilità

Noemi Givone Toro

Nel piano dell’ agenda globale ONU per il 2030, i 193 paesi che ne hanno adottato i principi sono chiamati ad un atto di responsabilità condivisa e collettiva, anche e soprattutto in termini di politiche che abbracciano e fanno fronte ai diritti civili ed all’emancipazione dei corpi. Per citare una grande maestra in materia, (Ingeborg Kraus) “nulla è più politico di un corpo”. Un corpo alla cui realtà materiale sono legate una serie di costruzioni sociali e fattori, culturali, simbolici che giocano un ruolo decisivo sulla nostra esistenza.
In questo piano i diritti di donne e bambine sono non solo centrali ma trasversali, e la qualità di vita delle stesse è un filo rosso che attraversa tutti gli obiettivi dell’agenda. La sostenibilità inizia e trova sviluppo in seno alle donne.
Viviamo in un momento di cambiamenti epocali nella storia umana: nell’era della digitalizzazione e dei sex robot, i nostri valori umani vengono messi alla prova. Le politiche di chiusura si impegnano sempre di più a far credere che sacrificare il corpo delle donne sia necessario alla risoluzione di problemi economici e sociali e trovano sempre nuovi metodi di oppressione ed accettazione della stessa che sottolineano i molti aspetti disfunzionali della nostra società, la cui visione del dominio tecnico ha ridotto gli esseri viventi e la natura a mera risorsa da depredare, sfruttare, modificare, ingegnerizzare. Insomma, nulla di nuovo: nella più recente storia i diritti delle donne sono stati strumentalizzati, cioè passabili solo perché necessari ad una qualche crescita piuttosto che critici per la dignità delle persone.
Negli ultimi decenni, il mondo sembra abbia compiuto molti progressi verso l’uguaglianza di genere, eppure donne e ragazze continuano a subire discriminazioni e violenze in ogni parte del mondo: abbiamo un corpo che tutti sentono il diritto di ridefinire e dominare. Comprendere che la violenza contro le donne non è un’eccezione, ma un principio del dominio maschile, permette di riconoscere quanto la lotta alla violenza sessista sia indissociabile dalla lotta contro ogni manifestazione della supremazia, comprendendo il legame indissolubile tra oppressione, mercificazione, reificazione delle donne e oppressione, mercificazione, reificazione degli altri animali e dell’intero vivente.
A partire dagli anni Novanta, il femminismo ha iniziato ad assumere un’identità individuale sacrificando il suo carattere di pratica politica: il corpo delle donne è diventato un oggetto di supporto commerciale e, in seguito al trionfo delle relazioni mercificate, le conquiste essenziali del movimento femminista sono state progressivamente trasformate ed inserite in un “più accettabile” sistema di profitto. Ci sono innumerevoli modi per costringere le donne ad accettare lo status quo, sia in privato che in pubblico. Questo ovviamente a scapito delle donne di tutto il mondo, che comunque continuano a subire i più antichi e classici sistemi di oppressione, anche se mutati nella loro forma.
La relazione dell’OMS sottolinea che la violenza contro le donne è “un problema di salute mondiale che ha raggiunto le dimensioni di una epidemia” e contemporaneamente, il messaggio del congresso mondiale sulla salute mentale delle donne del 2017 parla molto chiaro:
“Lo sviluppo sano e sostenibile di una società dipende dalla salute mentale delle donne. E la salute mentale delle donne è direttamente connessa al rispetto dei loro diritti nella società: parità di genere, protezione da ogni forma di violenza, diritti riproduttivi, accesso all’assistenza sanitaria” (Cfr. programma del 7th World Congress on Women’s Mental Health, Rights Resilience Recovery, Dublin 2017)
A partire dai dati messi a disposizione delle organizzazioni che si occupano della materia
dobbiamo chiederci che donne diventeranno domani le bambine di oggi. E dal rapporto si vede
chiaramente che se non agiamo subito la prospettiva sarà quella dello sfruttamento e della
negazione dei diritti ancora per generazioni. Come dappertutto, sono le donne a portare la maggior parte del peso delle famiglie e dell’economia dei paesi poveri sulle loro spalle. Ogni giorno 47.700 ragazze al disotto dei 18 anni vengono costrette a matrimoni precoci, ovvero alla negazione del diritto all’istruzione, al progresso, spesso gravidanze pericolose che portano alla morte. Sono situazioni come queste a spingere le donne emarginate e vulnerabili in situazioni molto pericolose e dove v’impongono atti con le peggiori conseguenze per loro, come lo sono schiavitù, traffico sessuale e lavorativo e mutilazioni genitali.
Agire significa muoversi verso un’altra prospettiva. Dobbiamo porci il problema delle conseguenze
delle nostre decisioni, idee ed azioni: questo è quello che vogliamo? Lo consideriamo giusto?
Quale società può considerarlo giusto? E che impatto potrebbe avere in un quadro più ampio e
complesso un determinato fenomeno?
Fornire alle donne e alle ragazze un accesso paritario all’istruzione, all’assistenza sanitaria, al
lavoro dignitoso e alla rappresentanza nei processi decisionali politici ed economici alimenterà
economie sostenibili e favorirà le società e l’umanità in generale

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